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Nei secoli del basso medioevo , l’agricoltura compie in Europa grandi progressi, consentendo tra l’altro di mettere a coltura i terreni umidi e argillosi delle regioni del centro e del settentrione. Tra le innovazioni più significative che risalgono a quest’epoca si ricordano l’aratro pesante, la ferratura degli zoccoli dei cavalli e la loro bardatura con collari che evitano la pressione sulla gola e permettono quindi uno sforzo maggiore e ancora la diffusione della rotazione triennale.
Nei paesi mediterranei la scarsità di pioggia e la natura friabile dei terreni ostacolano l’introduzione di queste tecniche e rimane prevalente la rotazione biennale, che prevede il riposo un anno su due, così come l’uso dell’aratro leggero senza ruote
In quest’area crescono tuttavia di importanza le colture arboree: ulivo, vite e alberi da frutta.

L’ETA' MODERNA. RISPOSTA ESTENSIVA E RISPOSTA INTENSIVA AL CRESCERE DELLA DOMANDAIn età moderna (tra il XV e il XVIII secolo), l’organizzazione produttiva nelle campagne non muta significativamente, se non in aree molto definite. 
L’aumento della popolazione, tra il Quattrocento e il Cinquecento, comporta il parallelo aumento della domanda di derrate alimentari ed in particolare di quella di cereali
La carne, presente e a buon mercato nei secoli precedenti, scompare praticamente dalla tavola dei contadini e dei lavoratori manuali, che fino al Novecento consumeranno soprattutto pane e farinate, legumi, verdure, un poco di lardo o di pesce salato, uova e latticini in modesta quantità, vino e birra di qualità bassa.
Di fronte alla crescita della domanda, le risposte possibili per l’agricoltura sono due: quella estensiva, che prevede l’aumento della superficie coltivata, e quella intensiva, ovvero l’adozione di tecniche che accrescano la quantità di prodotto per unità di superficie. 
Nel Cinquecento prevale largamente la prima soluzione. In un primo momento vengono rimessi a coltura i terreni abbandonati durante la crisi demografica del Trecento, poi vengono arate aree prima occupate da foreste e paludi. 
I terreni dissodati non sempre sono di prima qualità, la contrazione delle aree adibite a pascolo riduce la quantità di concime disponibile, inoltre con la metà del Quattrocento, si apre una fase di diminuzione delle temperature, che raggiunge il suo apice nel Seicento. 
Le rese dunque ristagnano e in alcune regioni addirittura diminuiscono.

UNA IPOTESI DI MODELLO MATEMATICONella maggior parte d’Europa il rapporto tra raccolto e semente oscilla in età moderna tra 3:1 e 5:1 e il peso del raccolto è compreso tra 4 e 7 quintali per ettaro (oggi è comune una resa di 40 quintali e oltre). 
Gli studiosi hanno calcolato il significato di tali rese dei terreni coltivati a cereali panificabili (frumento, segale) in termini di relazione tra popolazione e risorse. 
Il modello matematico da essi elaborato suppone che una famiglia di cinque persone disponga di una superficie agricola di 9 ettari in un sistema di rotazione triennale, in cui un terzo della superficie è adibito ogni anno a un cereale destinato all’alimentazione umana (un terzo è per gli animali, un terzo a riposo). 
Il consumo di grano medio pro capite annuo è pari a circa 250 litri l’anno, circa mezzo chilo al giorno. La famiglia di cinque persone necessita dunque di 1.250 litri l’anno. 
Se la semente sparsa su ciascun ettaro è pari a 200 litri, con una resa di 4:1, il raccolto sarà di 2.400 litri (800x3). Di questi un quarto sarà utilizzato come semente per l’anno successivo. Rimangono 1.800 litri che sfamano i cinque membri della famiglia, più altre due persone.
Se la resa scende a 3:1 il raccolto non arriva neppure a soddisfare il fabbisogno familiare. Se sale a 5:1 il raccolto sfama in tutto dieci persone.
Il modello proposto non tiene conto naturalmente di altri generi alimentari che provengono dall’orto, dal bestiame e dai grani minuti, oltre che dai possibili proventi di lavorazioni extragricole; d’altra parte non tiene conto neppure del prelievo che grava sui produttori agricoli sotto forma di tasse, decime ecclesiastiche, gravami feudali
La sua utilità consiste nel segnalarci l’importanza assoluta dei rendimenti per assicurare la sussistenza delle popolazioni agricole e nutrire un’eccedenza rispetto a queste ultime. 
Esso spiega inoltre come mai i tre quarti o i quattro quinti della popolazione europea vivesse sulla terra e della terra.

LA RIVOLUZIONE AGRICOLA: IL CASO DI INGHILTERRA E OLANDAInteressante è quindi analizzare due realtà quali sono l’Inghilterra e l’Olanda che si differenziano dal resto d’Europa per essere paesi ad elevata produttività agricola e che possono quindi mantenere una quota consistente della popolazione dedita ad altre occupazioni .
Tra i fattori che contribuiscono alla fertilità dei campi vi sono la disponibilità di acqua e il concime
La presenza di una rete per l’irrigazione frutto del continuo lavoro dell’uomo è all’origine, ad esempio, della produttività della pianura a sud di Milano, dove fin dalla fine del Medioevo scompare il maggese e si diffonde il grande affitto capitalistico, l’alternanza di cereali e piante foraggiere, le risaie e le marcite, prati artificiali dove lo scorrimento perenne di un velo d’acqua consente tagli di fieno ripetuti nel corso dell’anno. 
Le piante foraggiere (lupinella, trifoglio, erba medica) restituiscono alla terra il nutrimento necessario e rendono possibile mantenere all’interno dell’azienda molto bestiame. Questo alimenta l’industria casearia e con il proprio letame garantisce un ulteriore apporto alla fertilità del suolo.
La stretta associazione tra agricoltura e allevamento e l’adozione di rotazioni che permettono di eliminare la necessità del riposo periodico dei terreni sono all’origine della cosiddetta rivoluzione agricola, che si afferma prima in Olanda, quindi in Inghilterra. PERCHE' LA RIVOLUZIONE AGRICOLA NON E' AVVENUTA IN TUTTA EUROPA?Sono le condizioni di vita dei contadini e i rapporti di produzione a spiegare come mai le innovazioni che si sono descritte non si siano diffuse in tutta Europa.
Nei secoli del basso medioevo la feudalità si disgrega come sistema di governo e parallelamente viene eroso il potere signorile nelle campagne. 
Tra le ragioni vi sono: la crisi demografica che accresce la forza dei contadini nei confronti dei proprietari, le prestazioni che vengono riscosse sotto forma di moneta, le rivolte contadine che scoppiano con grande frequenza.
In età moderna, i coltivatori sono liberi di sposarsi, di trasferirsi, se ne possiedono, di disporre delle proprie terre.
Le corvées, dove non sono abolite del tutto, sono limitate a poche giornate all’anno per la manutenzione delle strade o del castello. 
La riserva signorile è frazionata in poderi affidati alle famiglie coloniche con patti agrari quali il livello (canone fisso in natura o in denaro stabilito per un lungo tempo), il piccolo affitto e la mezzadria (contratto con il quale un proprietario di terreni e un coltivatore – mezzadro – si dividono i prodotti e gli utili del podere).
Rimane la competenza del giudice signorile sulle cause minori civili e penali, il potere di polizia e la regolamentazione dei lavori agricoli. 
I proprietari di terre comprese nel feudo devono pagare al signore un censo annuo, oltre che altri diritti in occasione della vendita o della trasmissione ereditaria di beni fondiari. 
Il feudatario riscuote inoltre pedaggi al passaggio di ponti e strade e detiene il monopolio di attività quali la caccia, la pesca, la molitura del grano, la spremitura delle olive, la cottura del pane. 
Alle prestazioni dovute per legge o tradizione si aggiungono gli “abusi” feudali, le pretese estorte con la violenza.
All’evoluzione dei tradizionali rapporti feudali è legata la sopravvivenza di una diffusa proprietà contadina
In Francia e nella Germania occidentale i coltivatori diretti possiedono circa la metà del terreno coltivabile. In Inghilterra invece essi sono vittima dell’offensiva signorile che mira a trasformarli in affittuari a breve scadenza. 
Per questo motivo e per effetto delle recinzioni, la piccola proprietà contadina è ridotta nel Seicento a un quinto o a un quarto del suolo. 
In Italia lo stesso risultato è effetto dell’espansione della proprietà urbana. 
Dovunque, in ogni modo, l’aumento della popolazione tra il XVI e il XVIII secolo comporta processi di proletarizzazione, cioè la diminuzione di coltivatori autosufficienti o addirittura provvisti di eccedenze per il mercato e alla moltiplicazione dei contadini poveri.
Oltre che ai diritti feudali residui, i coltivatori del suolo sono soggetti alla decima ecclesiastica, alle imposte statali e, se non sono proprietari, al prelievo della rendita fondiaria
Queste voci possono rappresentare dal 20 al 70% del prodotto lordo. 
Poche sono dunque le risorse che rimangono al lavoratore per gli investimenti e le innovazioni, già malvisti dalla mentalità contadina. 
Al contrario i medi e grandi proprietari trovano più facile e conveniente acquistare nuove terre e accrescere il prelievo sui coloni, piuttosto che non persuadere i coloni stessi all’impiego di tecniche più avanzate.
La stessa impronta comunitaria dei lavori agricoli nel sistema dei campi aperti e la rotazione triennale scoraggia le innovazioni e l’iniziativa individuale. È per questo che solo in aree particolarmente favorite dal punto di vista ambientale, come la bassa pianura lombarda, o dove minore è la forza contrattuale dei contadini, come in Olanda e in Inghilterra, è possibile nell’età moderna adottare quelle tecniche che accrescono in modo sensibile la produttività dei terreni.

L'ASSERVIMENTO DEI CONTADINI IN EUROPA ORIENTALELe regioni situate a est di una linea immaginaria che unisca la foce dell’Elba e Trieste si differenziano dall’Europa occidentale per due caratteristiche: comprendono enormi estensioni di terre pianeggianti e potenzialmente fertili e sono scarsamente popolate
Le comunità di villaggio e le istituzioni statali, organismi capaci di contrapporsi alla potenza dell’aristocrazia fondiaria, sono deboli.
In queste condizioni l’economia di mercato che comporta l’esportazione dei cereali ha come conseguenza l’introduzione e il rafforzamento della servitù della gleba a partire dal Cinquecento. 
Le condizioni di vita dei contadini si deteriorano, raddoppiano le dimensioni della proprietà nobiliare, così come le giornate di lavoro coatto per i coltivatori. Solo a partire dalla seconda metà del Settecento le pretese dei signori feudali cominciarono ad essere abolite per legge e nell’Ottocento verrà abolita la servitù della gleba.

Le rivolte contadine tra passato e futuro
Se le masse contadine vanno incontro dalla nascita ad un destino di miseria e oppressione, non sempre questo viene accettato con atteggiamento fatalistico. 
Il venire meno di antiche consuetudini, i mutamenti repentini e le situazioni di conflitti al vertice della società sono scintille per manifestazioni di protesta, così come per sommosse e rivolte estese talvolta ad intere regioni. Nel Cinquecento grandi rivolte scuotono l’Ungheria (1514), la Castiglia (1520-1521), la Germania (1524-1525). 
Nel Seicento in Francia numerose rivolte popolari colpiscono il fisco e i suoi agenti, mentre nell’Europa orientale esse hanno carattere antisignorile. 
Con la Rivoluzione francese i moti contadini sommano alle forme arcaiche di protesta una nuova connotazione politica

 

fonte Eat-ing.net

Posted in: Saperi, Agricoltura

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